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Focherini nei ricordi della figlia Olga   versione testuale

Presentazione del libro il 10 marzo


Il libro “Questo ascensore è vietato agli ebrei” di Olga Focherini (EDB 2015) sarà presentato nell’ambito della rassegna “Ne vale la pena” martedì 10 marzo alle 21 presso l’AuditoriumLoria a Carpi alla presenza del curatore Odoardo Semellini. Questa la recensione del volume scritta da Luigi Lamma, direttore dell’Ufficio comunicazioni sociali della Diocesi di Carpi.
 
“Quando arrivano le lettere, c’è un contatto e questo è rassicurante. Dopo, il silenzio. Questo da bambina mi dà il senso che mio padre non c’è più”. E’ racchiuso in questa breve frase (p. 99) tutto il dramma vissuto da Olga Focherini, quando già adolescente, resta in attesa del ritorno del padre, da qualche mese incarcerato senza sapere nemmeno il motivo. “Mio padre non c’è più” e non tornerà più: è questa la dura realtà con cui la mamma Maria, Olga con i fratelli e le sorelle dovranno fare i conti dal quel 6 giugno 1945, giorno in cui viene comunicata la notizia della morte di Odoardo Focherini nel campo di lavoro di Hersbruck, sottocampo di Flossenburg. Il racconto di Olga Focherini così come ce lo consegna il figlio Odoardo Semellini nel libro “Questo ascensore è vietato agli ebrei” (EDB 2015) da poche settimane in libreria, integra e completa la già significativa bibliografia sul beato Odoardo Focherini. E’ un libro che si legge d’un fiato, che risulta avvincente, perchè Olga non si limita a narrare fatti, in parte già noti, ma accompagna il lettore dentro casa Focherini e legge in prima persona il succedersi di quegli eventi che in pochi mesi hanno sconvolto la vita di una famiglia normalissima, con un papà e una mamma che si vogliono bene, che faticano come tutti a crescere i sette figli che hanno accolto con grande generosità. Certo si ripercorre con precisione e fedeltà storica la biografia di Odoardo Focherini e della moglie Maria, ma ciò che più cattura l’attenzione è il personalissimo punto di vista con cui il contesto o il dettaglio vengono riferiti da Olga e che solo uno della famiglia può rendere così efficace. Come il rapporto d’amore tra due sposi visti da una figlia: “Quando mio padre porta a casa qualcosa - e in tempo di guerra non è per nulla facile – lo fa per i figli ma soprattutto per lei. Da adulta, prima di capire che tra marito e moglie potevano esserci dei qui pro quo ce ne ho messo del tempo, perché l’esempio che avevo davanti proprio non ne contemplava” (p. 25). Questo senza nulla togliere al doveroso tributo che viene reso con questo libro alla “caparbietà della memoria” di Olga Focherini, al suo impegno di ricerca storica e di divulgazione, specie verso le nuove generazioni, della tragica vicenda che ha riguardato il papà Odoardo e più in generale sul tema della deportazione e della persecuzione degli ebrei. Un’ultima considerazione merita la testimonianza racchiusa nelle ultime pagine circa il travaglio emotivo che ha accompagnato prima la scelta di pubblicare le lettere dal carcere e dai campi di concentramento, poi l’avvio del processo di beatificazione e il capitolo finale “I bambini mi capiranno?”. E’ in queste pagine che emerge lo spirito autentico di Olga, combattuta tra la “tenacia della memoria” e la gelosia per gli affetti personali e familiari così duramente segnati dalla perdita del papà, tra la rivendicazione legittima di una normalità, riferendosi alla vita del padre e della famiglia, e l’evidente straordinarietà della vicenda umana e delle sue scelte di cui è stato consapevole protagonista. E’ in questo combattimento interiore tra necessità della memoria pubblica e preservazione della dimensione privata degli affetti, che va compresa anche una prima opposizione alla proposta di avviare il processo di beatificazione “alcuni di noi chiedono di aspettare che non ci siamo più”. Poi anche in questa avventura Olga si coinvolge fornendo un contributo determinante grazie alla sua documentazione storica e come testimone diretta sulle virtù del papà, utilissime per la beatificazione. Fino ad affermare con un po’ di rammarico “Ma io che sono la più vecchia dei miei fratelli, non credo che riuscirò a vederla”.
Proprio grazie ad Olga ritroviamo il beato Odoardo senza l’aureola ma nella sua dimensione feriale di un’umanità plasmata dall’imitazione di Cristo, perché “mio padre cattolico, apostolico romano, senza chiedere permesso a nessun prete e a nessun vescovo – ne conosceva tanti e di alcuni era pure amico – decide con la moglie di aiutare chi ha bisogno”. E’ così il cristiano delineato da Papa Francesco capace di diventare unito a Cristo strumento del suo amore misericordioso e così riesce a superare ogni tipo di emarginazione e di andare incontro all’altro senza la “paura di guardarlo negli occhi e di avvicinarci con tenerezza e compassione, e di toccarlo e di abbracciarlo”.
 
4 marzo 2015
Luigi Lamma

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