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Continuando a lavorare per la vigna del Signore    versione testuale

Anniversari di ordinazione sacerdotale celebrati durante la Messa Crismale


Come di consueto, durante la Santa Messa Crismale celebrata la sera del Mercoledì Santo, sono stati ricordati i sacerdoti dei quali nel 2017 ricorrono particolari anniversari di ordinazione: 60° per don Gian Pio Caleffi, 50° per don Carlo Malavasi, 40° per padre Ivano Rossi, 20° per don Carlo Bellini e don Vianney Munyaruyenzi, 10° per don Alex Sessayya e padre Ivano Cavazzuti. Un’occasione per ripercorrere insieme a loro il cammino umano e spirituale vissuto sin qui al servizio della Chiesa di Carpi.
 
Don Carlo Malavasi “Siamo immensamente amati da Dio”
Come è nata la sua vocazione?
La mia entrata in Seminario è stata, come per altri in quegli anni del dopo guerra, soprattutto per poter studiare. La mia famiglia poverissima, cinque fi gli tutti piccoli e già orfani di padre, non avrebbe potuto sostenerne i costi. Man mano che vedevo i miei compagni abbandonare il Seminario - siamo entrati in 24 -, in me si confermava il desiderio di mettermi al servizio del Signore. Non sono mai stato sfi orato dalla incertezza, la vocazione era dentro di me ed io ne prendevo coscienza col passare del tempo. Poi ho avuto buoni educatori: don Cavazzuti, don Golinelli, don Catellani, don Tassi.
Quali ricordi conserva degli anni in cui ha ricevuto l’ordinazione?
Prima della ordinazione ho incontrato il Movimento dei Focolari; è stata una svolta al mio modo di credere. Dicevo a tutti: “Ho trovato ciò che cercavo”! E’ stata la scoperta che siamo tutti amati immensamente da Dio. In Seminario non si parlava tanto del comandamento nuovo. Dire a più persone possibile: “sei amato immensamente da Dio” è diventato il mio progetto pastorale. Come sono stati questi 50 anni dal punto di vista pastorale e personale, attraverso i vari incarichi che ha svolto?
Ho fatto sempre volentieri tutto quanto mi veniva proposto: segretario di monsignor Prati, Maggiolini, Staffi eri. Dieci anni molto intensi a Mirandola come responsabile delle catechesi e cappellano in ospedale, anni ricchi soprattutto perché dentro una bella comunità di sacerdoti. Poi il Centro Missionario, l’avventura di Notizie, confessore in Cattedrale. Ed ora parroco del Corpus Domini, e per quel poco che riesco, provicario generale. In tutti questi anni ho accompagnato diversi sacerdoti nella malattia e nella morte. In quei momenti da figlio si diventa padre, si dà un poco di tempo e di premure, e si riceve la lezione più importante della vita: consegnarsi a Dio. Come sacerdote, mi appassiona la vita delle persone, ho abolito anche nel pensare le parole “lontano” e “indifferente”. Le ho sostituite con “sempre amato da Dio”, “già salvato da Gesù”. A chi si scusa perché non viene in chiesa e per questo si sente distante, io dico che anche servire la famiglia, lavorare onestamente è Vangelo vissuto. Mi appassiona mettere tutti “dentro”, “tutti già dentro” perché amati e salvati da Gesù. Con questo atteggiamento di rispetto, ho visto nascere tanti rapporti veri ed anche conversioni.
Come sta vivendo questo anniversario?
Per consuetudine familiare, non siamo abituati a dare rilievo agli anniversari. Se sono calate un poco le forze, non è calata la passione per l’unità della Chiesa diocesana, non è diminuito il desiderio da far sentire alle persone che sono amate. Una cosa nuova c’è: un poco più di tenerezza, una tenerezza fragile, perché si lascia coinvolgere ancora di più nelle situazioni, in particolare se sono di sofferenza.

Don Carlo Bellini Il grande valore delle nostre parrocchie
Quale ricordo ha degli anni vissuti in Seminario?
Io sono, come si è soliti dire, una vocazione adulta. Sono entrato in seminario a 28 anni. In realtà la mia scelta di diventare sacerdote è stata per me in continuità con il percorso precedente di studio e di lavoro: credo proprio di aver avuto bisogno prima di un cammino di maturazione. Ho concluso il mio percorso di Seminario a Roma e ricordo questi anni con grande gioia, è stato un periodo molto stimolante dal punto di vista umano e intellettuale.
Guardando ai suoi 20 anni di sacerdozio, che cosa ha potuto sperimentare?
In questi anni ho sperimentato soprattutto la vita nelle piccole parrocchie e ne ho visto la vitalità. Una delle cose più belle è accompagnare la vita delle persone nel tempo, veder crescere i bambini, vedere il Signore nell’esistenza delle persone. Mi convinco sempre di più che la realtà della parrocchia, anche nella sua semplicità e a volte limitatezza, ha un grande valore. Quando penso a un cristiano, penso a una persona normale che viene a Messa alla domenica.
Ci sono sacerdoti e realtà della nostra Chiesa locale che hanno contribuito in modo particolare alla sua formazione?
La mia formazione è avvenuta in parrocchia a Mirandola e nell’Azione Cattolica. Devo molto a questi ambienti, ricchi di stimoli, in cui si respirava l’aria del Concilio Vaticano II e si leggeva molto la Bibbia. Anche negli studi teologici ho incontrato sacerdoti professori che mi hanno insegnato tanto anche umanamente.
Quali sono i suoi sentimenti in questa ricorrenza? Quali i desideri o propositi per il futuro, sempre adoperandosi per la Chiesa e per i fratelli?
Io sono personalmente poco sensibile agli anniversari, tuttavia questi 20 anni mi fanno pensare, sia al passato che al futuro. La Chiesa di oggi ha davanti tante sfide, non ultima quella di proporre una spiritualità che parli ai nostri contemporanei. La cosa peggiore sarebbe accontentarsi di un cristianesimo tradizionale che si limiti alle forme. Dunque spero che il futuro ci riservi qualcosa di vero.
 
Don Vianney Munyaruyenzi Edifi cati dall’esempio del prossimo
Proprio nei giorni scorsi, il 19 aprile, don Jean-Marie Vianney Munyaruyenzi ha ricordato il 20° dalla prima messa. Era, infatti, il 19 aprile 1997 quando a Roma veniva ordinato presbitero da monsignor Faustin Ngabu, allora Vescovo - oggi emerito - di Goma, diocesi nella Repubblica Democratica del Congo. “Mi sembra ieri” commenta sorridendo il sacerdote, la cui vocazione è germogliata, si può dire, in modo spontaneo, all’interno di una famiglia profondamente cristiana. “Sono cresciuto in parrocchia facendo da chierichetto - racconta -. I miei genitori hanno dato a me e ai miei fratelli una meravigliosa testimonianza di fede. La loro casa è a poche centinaia di metri dalla parrocchia perciò era per noi naturale, ogni mattina, partecipare alla messa prima di andare a scuola”. Dopo gli studi di filosofi a nel suo Paese, don Vianney è giunto a Roma, dove ha frequentato i corsi di teologia all’Angelicum, la Pontificia Università San Tommaso d’Aquino. Una volta divenuto sacerdote, il servizio per sei anni in una parrocchia del Congo, a cui è seguito nel 2004 l’arrivo nella Diocesi di Carpi. “Sono stato accolto calorosamente sia dal Vescovo Elio Tinti che dal vicario don Douglas Regattieri - sottolinea -. Attraverso di loro sono stato introdotto in questa realtà ecclesiale nuova per me, pur conoscendo già la Chiesa italiana dagli anni di Roma. Desidero inoltre ricordare don Lino Galavotti, il parroco con cui ho vissuto in San Giuseppe Artigiano per sei anni. Non solamente un confratello che mi ha dato l’esempio ma anche un grande amico”. A seguire, il trasferimento nel 2010 alla parrocchia di San Marino e nel novembre 2015 a Rolo. “Nel mio ministero ho potuto sperimentare due modi diversi di esprimere la fede, nei settori pastorali della catechesi, della liturgia e della carità, quello della mia Chiesa di origine e quello della Chiesa che mi ha ‘adottato’ - spiega don Vianney -. Questa ricchezza umana e spirituale è per me una grazia del Signore e mi aiuta molto a vivere la mia fede”. Una ricchezza di relazioni e di amicizie che si è intessuta intorno al sacerdote congolese anche attraverso il servizio come assistente dell’Unitalsi di Carpi. “E’ stato bello accogliere la recente visita del Santo Padre - osserva - come una grande famiglia che abbraccia i fratelli ammalati e disabili. Mi piace pensare che, mentre riteniamo di essere noi a dare loro qualcosa, sono loro, ‘carne di Cristo’, come Papa Francesco stesso li ha definiti, ad offrirci tanto. Ci insegnano a non lamentarci, ad essere pazienti, a confidare nella Provvidenza, ad amare il prossimo in difficoltà… ci dimostrano, come direbbe San Giovanni della Croce, che alla fi ne della vita saremo giudicati sull’amore”. E’ dunque un “grazie, grazie, grazie” che sgorga dal cuore di don Vianney, rivolto “al Signore per il dono grande della vocazione al sacerdozio, fatto a me che non lo merito, ai miei genitori e a tutti coloro che mi hanno aiutato a rimanere fedele a questo impegno. La strada continua tutti insieme: abbiamo appena celebrato la Pasqua - conclude -, testimoniamo l’amore del Risorto non solo a parole ma con tutta la nostra vita!”.   
20 aprile 2017

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