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L'omelia di Mons. Cavina alla consacrazione diaconale del 2 dicembre   versione testuale

“Sono grato alle vostre famiglie e ai vostri Paesi d’origine”


Cari ordinandi, carissimi fratelli e sorelle nel Signore! Iniziamo, oggi, con la prima domenica di Avvento un nuovo anno liturgico che ha lo scopo di disporci al ricordo della nascita nella carne del Figlio di Dio e a vegliare in attesa della Sua seconda venuta nella gloria. La parola “Avvento” indica un tempo liturgico, ma, in realtà, tempo di avvento, cioè di attesa, è tutta l’esistenza umana, perché la nostra cittadinanza, la nostra patria, il nostro destino è altrove, al di là del tempo.
 
L’Apostolo Paolo, nella seconda lettura, prega perché i cristiani di Tessalonica- e dunque anche noi – vivano l’attesa dell’incontro con il Cristo glorioso in un continuo riferimento a Dio. Non è possibile un simile atteggiamento senza il distacco da se stessi, dal peccato e da una pretesa autosufficienza. Pertanto, ciò che ci deve interessare non è sapere quando avverrà la fine del mondo, ma di crescere nell’amore, anzi divenire “ricchi”, “straripanti” nell’amore. Poco amore, infatti, non è amore. L’amore che san Paolo raccomanda è da vivere innanzitutto all’interno della comunità cristiana - e sappiamo quanto è difficile questo amore! – e poi “verso tutti”, cioè deve abbracciare anche coloro che non appartengono alla comunità cristiana, che “sono fuori”. La via, dunque, per “piacere a Dio” è quella di praticare un amore illimitato e gratuito. Lo sappiamo per esperienza che condurre una vita che piaccia a Dio è un cammino impegnativo e mai concluso! C’è sempre modo di fare di più. Tuttavia, camminando sulla strada dell’amore che Gesù ci ha insegnato, i nostri cuori si fortificano e si rinsaldano nel bene e, quindi, diviene possibile vivere in maniera “irreprensibile”, cioè da santi, davanti a Dio. Se il nostro amore per i fratelli è modellato sull’amore di Cristo per noi, nessuno, nemmeno Dio, potrà muoverci rimproveri. Merita di essere sottolineato che san Paolo afferma che le istruzioni che egli dona ai cristiani della città di Tessalonica, non nascono da lui sono, ma vengono “da parte del Signore Gesù”. In esse, dunque, noi troviamo espressa non la volontà di un uomo, ma la volontà stessa del Signore, che in quanto tale va accolta e praticata con obbedienza. Le caratteristiche dell’amore che ci rendono graditi agli occhi di Dio ci vengono descritte da san Giovanni della Croce: A Dio piace di più un’azione, per quanto piccola, fatta di nascosto e senza desiderio che sia conosciuta, che mille altre compiute con il desiderio che siano vedute dagli uomini.
 
In questo contesto, in cui siamo richiamati alla centralità dell’amore, la nostra Chiesa diocesana vive un momento di autentica grazia. Sei nostri fratelli stanno per essere ordinati diaconi. Cinque proseguiranno il loro cammino verso il sacerdozio, mentre uno, l’ingegner Arrigo Po, coniugato con la Signora Anna e padre, eserciterà permanentemente il ministero del diaconato. Chi è il diacono? Prima di rispondere a questo interrogativo mi piace riportare un passo della riflessione che voi ordinandi avete pubblicato sulla rivista La voce del Seminario. Il vostro scritto mi è parso quasi la traduzione, nella vostra esistenza, di quanto abbiamo ascoltato nella seconda lettura della santa Messa. Si tratta di parole che mi hanno commosso per la trasparenza, la freschezza spirituale e la semplice profondità. Dopo avere sottolineato le vostre diverse origini e storie personali, voi affermate di essere animati da un unico desiderio: “…, cioè di fare della nostra vita un dono totale di amore per Dio, servendo i nostri fratelli, nella che accomuna il nostro cammino: essere tutti di Cristo e servirlo per tutta la nostra vita”. Ecco, cari fratelli, chi è il diacono. E’ un dono di Dio alla sua Chiesa che viene fatto nell’ordinazione e con la quale si è chiamati - come insegna il rituale - a compiere una missione con carità e semplicità di cuore, per aiutare i vescovi e i sacerdoti e fare progredire il popolo cristiano. Ora il popolo cristiano progredisce quanto più cammina sulle orme di Cristo che - secondo la bella espressione di san Policarpo - si è reso diacono di tutti. Il diacono, dunque, è, nello stesso tempo, il servo di Cristo e il testimone del Cristo che serve e in quanto tale stimola tutti i battezzati a diventare un popolo di servitori e a ridare a questo mondo il gusto del servizio. E’ utile ricordare, a questo punto, che per Cristo il servizio non è uno stile di vita che si è imposto, non è neppure un atteggiamento che ha assunto per fare colpo sulla gente e non è neppure un impegno che sgorga da una volontà ben orientata, ma è una disposizione inscritta nel profondo del suo essere, che trova la sua radice nel mistero dell’Incarnazione, della sua morte e resurrezione. Cari diaconi, per l’imposizione delle mani da parte del Vescovo ed il dono dello Spirito Santo voi, questa sera, venite spogliati di ogni potere per divenire segno della gratuità e dell’amore eccessivo di Cristo, che non ha esitato a donare se stesso per la salvezza del mondo. Questa missione propria del diacono viene espressa molto bene dal servizio che presterete nella celebrazione eucaristica. In essa il diacono interviene nella proclamazione del Vangelo, nell’invito allo scambio del segno della pace e nel mandato ai fedeli, al termine della Messa, di condividere il dono grande della fede in Cristo. Il diacono, dunque, è un evangelizzatore.
 
Il compito di evangelizzare si vive in tanti modi. A volte è sufficiente una semplice parola, un gesto affettuoso, un saluto. Tuttavia, il servizio dell’evangelizzazione comporta soprattutto l’annuncio del Vangelo e la coerenza della vita. Non dobbiamo vergognarci di annunciare Dio, il Padre che ha creato il mondo e che ci ama; Cristo che ci ha redento e ha sofferto per ognuno di noi; lo Spirito Santo che anche oggi accompagna la Chiesa; i Sacramenti, attraverso i quali Cristo ci santifica e ci guida; la promessa della vita eterna. Tuttavia, c’è un altro gesto significativo che voi sarete chiamati a compiere durante la celebrazione eucaristica e che merita di essere approfondito: il servizio del calice. Il diacono ha il compito di preparare il calice e quando unisce al vino un po’ di acqua, pronuncia le seguenti parole: L’acqua unita al vino sia segno della nostra unione con la vita divina di colui che ha voluto assumere la nostra natura umana. Si tratta di parole che richiamano il giorno benedetto dell’ordinazione e impegnano ad affidarsi di nuovo a Cristo per vivere uniti a Lui, sempre. E’ compito del diacono, poi, elevare il calice alla dossologia al termine della preghiera eucaristica ed infine, al momento della Comunione, assumere da esso il Sangue di Cristo. Il servizio del calice e la partecipazione al Sangue di Cristo ricordano a voi, cari diaconi, e alla comunità che tutti siamo chiamati a fare della nostra vita un’off erta gradita per la gloria del Padre e per la salvezza dei fratelli. Oltre all’evangelizzazione c’è un altro servizio che sembra chiaramente attribuito ai diaconi che è quello della carità. Voi siete chiamati a manifestare la sollecitudine della Chiesa e di Cristo verso i poveri, ad irradiare nella società la carità di Cristo per tutti gli uomini, e, in special modo i malati, i poveri d’amore o di educazione, gli indigenti, in una parola tutti coloro che sono i “feriti della vita”. Non esiste, infatti, Eucarestia senza lavanda dei piedi, cioè senza passione per la salvezza dell’umanità. Carissimi fratelli diaconi da ultimo vorrei rivolgere un pensiero grato e riconoscente alle vostre famiglie e ai vostri Paesi d’origine e insieme pregare per loro. Questa sera il Signore ci off re anche la grazia di fare esperienza della fecondità e universalità della Chiesa. Secoli fa, penso soprattutto all’Africa, tanti missionari e missionarie sono partiti dall’Italia e dall’Europa per portare il lieto annuncio della salvezza e hanno fondato, spesso con grandi sacrifici e sofferenze, e a volte anche con la vita, comunità cristiane che si sono sviluppate e oggi sono in grado di potere accogliere il grido di aiuto delle Chiese dell’Occidente nell’opera di evangelizzazione. Si tratta di uno scambio di doni che crea tra Chiese rapporti profondi all’insegna della comunione e della condivisione fraterna. Siamo certi che da questa sera, con la vostra speranza incrollabile, lo zelo pastorale uniti alla giovinezza e freschezza della vostra fede, continuerete ad arricchire le nostre comunità che già da tempo vi conoscono, vi stimano e vi vogliono bene e che, ora con l’esercizio del diaconato, diventano a tutti gli effetti anche le vostre.
 
 +Francesco Cavina 
5 dicembre 2018

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