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Spoleto (Perugia)

Conferenza nel Triduo di preparazione alla festa di San Ponziano

Patrono di Spoleto e dell’Arcidiocesi di Spoleto-Norcia

“Terremoto: revisione di vita”

 

 Prima di tutto permettetemi di salutarvi con grande affetto e di esprimervi la vicinanza e la partecipazione mia e della diocesi di Carpi alla vostra sofferenza e alla vostra fatica. Vicinanza, affetto e partecipazione che non si risolvono solo in parole ma che nascono dall’avere vissuto la medesima catastrofe umana spirituale e materiale, in voi resa più acuta per il protrarsi delle scosse, anche forti.

         Abbraccio fraternamente il vostro Arcivescovo e lo ringrazio perché mi ha invitato a questo incontro. Non è mia intenzione presentarvi dotte disquisizioni, ma semplicemente raccontarvi la mia esperienza di uomo, di cristiano e di vescovo.

Una giovane studentessa, nei giorni seguenti alla ultima violenta scossa del 29 maggio 2012, mi ha scritto una mail nella quale tra l’altro si domandava e domandava al Vescovo: “Ma su cosa poggia davvero la mia vita? Dove sono radicate le mie fondamenta?...Certo che vivere la vita così da “terremotato”, fa venire fuori tutta la nostra vera consistenza: noi siamo creature che dipendono! E dipendiamo perché se la nostra vita fosse nelle mani del caso o della fortuna allora basterebbe un terremoto per schiacciarcela e portacela via per sempre”.

Si tratta di domande che pongono la questione radicale della vita: Quali ideali per cui vivere? Se noi siamo degli individui abbandonati a noi stessi e nelle mani del destino allora viviamo nella solitudine, una solitudine che diventa insopportabile e destabilizzante quando l’uomo è costretto a confrontarsi con la violenza della natura.

E in effetti, è terrificante avvertire il boato del terremoto, osservare impotenti il pavimento che balla sotto i tuoi piedi, notare i muri che scricchiolano e dondolano e sperimentare la più assoluta impotenza. Ma il scisma non solo scuote la terra, è anche un mostro che semina paura e desolazione e dopo il suo passaggio rimane il deserto materiale ed esistenziale. E’ una furia devastatrice che fa emergere la fragilità delle certezze sulle quali costruiamo la nostra vita e la nostra società e fa toccare con mano che le nostre presunte sicurezze sono un gigante con le gambe d’argilla.

La moderna psicologia insegna che i bisogni fondamentali dell’uomo sono cinque: 1). bisogni fisiologici, 2). di sicurezza, 3). di appartenenza-affetto, 4). di stima, 5.) di autorealizzazione.

Ebbene in seguito al terremoto almeno quattro di questi bisogni fondamentali vengono meno. In pochi attimi la vita cambia! Il terremoto fa perdere la casa, luogo dell’intimità e degli affetti; le Chiese e i centri storici, segni dell’appartenenza; le attività produttive, ambiti di stima e autorealizzazione.

Non credo di dire una cosa sconvolgente affermando che normalmente viviamo in uno stato di paura e di ansia. Abbiamo paura, ad esempio, delle conseguenze che emergono da uno sviluppo privo di principi etici (disastro ecologico, modificazione genetica, inquinamento); della crisi morale ed economica della nostra società; del futuro nostro e delle generazioni che ci seguono. La paura è un sentimento che mortifica la speranza e quindi paralizza.

Ebbene questi sentimenti di solitudine, di paura e di ansia, già presenti in tanti, con il terremoto si amplificano, diventano incontrollabili, si trasformano in molti casi in smarrimento interiore, impotenza, solitudine, ribellione. Santa Caterina da Siena scrive: Solo coloro che pensano di essere soli hanno paura. Nella preghiera del Padre Nostro, la preghiera cristiana per eccellenza, noi imploriamo: Non ci indurre in tentazione, ma liberaci dal male, che qualcuno ha anche tradotto: sottraici alla solitudine, strappaci alla disperazione.

In seguito al terremoto sono emerse anche tante domande: “Come è possibile continuare a vivere?”; “Dove trovare una ragione per ricominciare a ricostruire, per non cedere allo sconforto e alla disperazione?”; “Per continuare a credere che Dio ci ama ed è interessato a noi?”.

Questi interrogativi che intaccano il valore della persona, il senso della vita e Dio stesso difficilmente trovano una risposta a livello puramente concettuale e teorico. Per riuscire a sciogliere, in qualche modo, il groviglio di pensieri e di domande è necessario trovare una compagnia che ti faccia scoprire che c’è qualcuno che si interessa a te e di cui ti puoi fidare e, dunque su di lui ti puoi appoggiare e che ti aiuta a ricordarti o a scoprire che la vita è preziosa indipendentemente dai beni che possiedi, dai drammi che vivi, dalle fatiche esistenziali con le quali devi confrontarti.

E’ stata questa visione di vita il grande dono che ci hanno fatto le tante persone che sono venute a soccorrerci. Attraverso la loro presenza silenziosa ma operosa è Cristo che ci ha incoraggiato, consolato, accarezzato; che si è posto al nostro fianco con quella umiltà, semplicità, discrezione che è tipica solo del Signore, e ci ha aiutato a sentirci di nuovo “valore assoluto”, “bene prezioso” agli occhi di Dio e degli uomini e ci ha permesso di rialzare di nuovo lo sguardo verso l’alto.

L’esperienza di quei giorni è ciò che la Chiesa è chiamata a annunciare all’uomo, ad ogni uomo che viene al mondo. La Chiesa, infatti, è l’umanità di Cristo nella storia che ha la missione di farci scoprire che io “non sono - come diceva Camus – una passione inutile”, ma sono un Tu voluto e ho un nome con il quale Dio mi conosce, mi chiama e soprattutto mi ama.

Durante la celebrazione eucaristica il sacerdote, in diverse occasioni, si rivolge ai fedeli con le parole: Il Signore sia con voi. E la comunità risponde: E con il tuo spirito. Sono parole che confortano e danno coraggio, perché richiamano il fatto che nell’azione liturgica noi ci incontriamo con il mistero di Dio, innestato dentro la nostra miseria. Ci troviamo davanti a qualcosa di incredibile: il Figlio di Dio viene a me, si interessa a me, io mi trovo faccia a faccia con Colui che mi ha creato, che ha creato il cielo e la terra. Non a caso nella celebrazione della Messa la Chiesa ci fa dire: Ti ringraziamo per averci ammessi alla tua presenza, alla presenza di Dio.

La gioia di appartenere a “Qualcuno” cambia la vita di una persona è dà origine ad un popolo, il popolo di Dio, la famiglia di Dio. Chi appartiene a questa famiglia non sarà mai solo, perché ha l’amicizia sicura di Colui che è la Vita. Inoltre è inserito in una fraternità che non ci abbandonerà mai neppure nella morte perché va oltre la vita terrena. L’uomo, quindi, scopre di avere un destino che lo introduce, per un dono gratuito, nell’intimità della vita divina.

L’amicizia di Gesù e dei fratelli

- si manifesta attraverso la miriade di opere caritative che sono nate all’interno della Chiesa.

-Si manifesta nell’incontro con le persone. Permettetemi due testimonianze.

Un ragazzo: “Ho visto i miei parenti bestemmiare alla vista delle case che ondeggiavano pericolosamente davanti ai loro occhi, e mi sono chiesto per un attimo se fosse giusto. Se fosse giusto imprecare contro di Lui, che ci guardava tremare e cadere, senza fare nulla. Ed è stato in quel momento, credo, che è iniziata la mia crisi. Nel momento in cui ho pensato: ‘Dio mio, perché mi hai abbandonato?’ …Mi sono sentito avvolto dalle tenebre, e gli altri, i miei amici, i miei genitori, che cercavano di aiutarmi erano invisibili ai miei occhi. I due mesi e mezzo successivi a quel 29 maggio, sono stati terribili. Vedevo tutti i miei cari andare a Messa per cercare conforto. Io ci andavo per inerzia…la messa era diventata un’ora di tempo perso, l’ostia, che prima era una gioia ogni volta, un semplice pezzo di pane. Il tempo è passato, ed è giunto il momento, a metà agosto, di andare al campo Giovani. Sono partito con poca voglia, ma sono tornato cambiato e più felice. Là, insieme, abbiamo parlato e discusso parecchio riguardo al terremoto, e ancora di più riguardo alla crisi di fede. Quel campo mi ha cambiato nel profondo…Se in quel tremendo 29 maggio ho voltato le spalle al Signore, ora sono deciso più che mai a risentire la Sua voce”.

Una ragazza: “Non volevo sopravvivere al terremoto, ma vivere a pieni polmoni. Nel periodo successivo al terremoto ho chiesto una sola cosa al Signore: che nessuno, nonostante la disgrazia, perdesse la fede. Tutt’ora continuo a ringraziare Dio perché nessuno si è allontanato da Lui, anzi. Il periodo di campo Giovani, passato in montagna, ci ha permesso di riflettere su ciò che è accaduto e su ciò che ci aspetta. Prima di partire mi sono detta: e ora, che faremo? Con che spirito parleremo agli incontri, ci confronteremo e con che spirito i miei educatori troveranno la forza di essere per noi saldi anche nella disgrazia? Alla fine anche loro sono giovani come noi, anche loro hanno paura! Ma come sempre il Signore ha aiutato tutti noi. Il campo è trascorso nella piena armonia, noi ragazzi abbiamo scoperto la bellezza del convivere come comunità cristiana… La luce che teneva acceso il nostro spirito non solo non si è spenta, ma è diventata più luminosa. Se questo non è un miracolo, cos’è allora?

Benedetto XVI ha detto parole che mi sembrano un luminoso commento a queste testimonianze: Non saprei dare una prova più convincente della verità della fede cristiana che la sincera e bella umanità che genera. (Autobiografia, Card. Ratzinger).

- Si manifesta attraverso la forza della preghiera vissuta con e per gli altri. Io sono certo che se le macerie spirituali non hanno sepolto la speranza è anche perché moltissime persone ci hanno sostenuto con la loro preghiera, con la loro supplica, con il loro sacrificio e perché tanti cristiani hanno preteso che si continuasse a celebrare l’Eucarestia, non importava dove: sotto le tende, sotto gli alberi, nei parchi, con il sole cocente, con la pioggia battente, con la neve pesante che ha fatto crollare le poche strutture messe in piedi. I frutti di queste celebrazioni, ridotte all’osso per quanto riguarda i segni esterni, sono stati la gioia della comunione e lo stupore per quanto il Signore operava con il nostro timido “Si’”. La speranza è rinata dalla fatica di ripetere, giorno dopo giorno, il nostro “FIAT” a questa fraternità che ci solleva, ci porta, cammina con noi, si fa carico delle nostre fatiche, dei nostri dubbi, delle nostre paure.

La storia d’amore del popolo cristiano, della Chiesa, è il grande miracolo per cui si può credere che Dio esiste, che Dio è buono, che Cristo è presente e dunque la nostra speranza in Lui non è illusione. Le grandi opere che Dio ha compiuto prima della venuta di Cristo e nei duemila anni di cristianesimo avvalorano il nostro diritto a sperare che queste grandi opere abbiano a continuare e nello stesso tempo ci consentono di fare memoria della bontà del Signore e della sua potenza. La memoria – dice Benedetto XVI – diventa forza della speranza. (Benedetto XVI, Udienza generale del 19 ottobre 2011

Oggi posso dire che il terremoto non solo ha tolto, ma ha anche dato. Ha rotto il sonno dello spirito e mi ha fatto capire con maggiore chiarezza che il Signore non è un risolutore di problemi; non si è incarnato per mettere a posto le cose del mondo (se no, le avrebbe messe) o per risolvere il problema delle malattie (se no, lo avrebbe risolto) o per ottenere la pace tra le nazioni (se no, l’avrebbe ottenuta), ma per togliere l’egoismo e il peccato e presentare agli uomini la bellezza del Volto di Dio, che è Padre il quale veglia su di te e non ti lascia in potere delle tenebre. In tutta la paura e l’angoscia, rimane la certezza che Dio è con noi; come il bambino che sa sempre di potere contare sulla mamma e sul papà perché si sente amato, voluto, qualunque cosa accada.

Nel film “Don Camillo e Peppone”, don Camillo dopo la grande alluvione che distrugge Brescello si rivolge ai suoi concittadini con queste parole: le acque escono tumultuose dal letto dei fiumi e tutto travolgono. Ma un giorno esse ritorneranno, placate, nel loro alveo, e ritornerà a spendere il sole. E se alla fine voi avrete perso ogni cosa, sarete ancora ricchi se non avrete persa la fede”.

E’ la preghiera che rivolgo al Signore per me e per voi.


+ Francesco Cavina

Discorsi di S.E. Rev.ma Mons. Francesco Cavina

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