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Com. St.05 dell‘8 febbraio 2017 - L’intervento del Vescovo monsignor Francesco Cavina su cure palliative e disegno di legge sul testamento biologico


“E’ una falsa compassione quella che priva della volontà di affrontare la sofferenza e di accompagnare chi soffre e porta alla cancellazione della vita per annientare il dolore, stravolgendo, così, lo statuto etico della stessa scienza medica”. Così si è espresso monsignor Francesco Cavina, Vescovo di Carpi, intervenuto al convegno sul tema “Cure palliative e accanimento terapeutico” rivolto a medici, operatori sanitari e giuristi che si è svolto nella città emiliana sabato 4 febbraio.

Un riferimento diretto al dibattito politico in corso sul disegno di legge riguardante le Dichiarazioni anticipate di trattamento (Dat) che tra i vari punti critici presenta anche il rischio di una deriva eutanasica, laddove si attribuisce al paziente il diritto di rifiutare nutrizione e idratazione artificiali. La preoccupazione dei Vescovi italiani sull’impostazione di questa legge era stata espressa nei giorni scorsi anche dal presidente della Conferenza Episcopale Italiana, cardinale Angelo Bagnasco: “Sostegni vitali come idratazione e nutrizione assistite, ad esempio, verrebbero equiparate a terapie, che possono essere sempre interrotte. Crediamo che la risposta alle domande di senso che avvolgono la sofferenza e la morte non possa essere trovata con soluzioni semplicistiche o procedurali; la tutela costituzionale della salute e della vita deve restare non solo quale riferimento ideale, bensì quale impegno concreto di sostegno e accompagnamento”.

Proprio sul valore del sostegno e dell’accompagnamento attraverso le cure palliative si è soffermato monsignor Cavina nella sua relazione: “Oggi non si accetta più la condizione di malattia – ha affermato il Vescovo di Carpi - e la stessa morte come una possibilità concreta della vita. Si è caduti nell’equivoco che lo scopo della sanità sia quello di dare più farmaci, più strutture, tralasciando il cuore della cura che sta nel rapporto personale tra chi cura e chi è curato, fatto di accoglienza, ascolto, di rispetto della dignità, di vicinanza, di sostegno”.

In varie situazioni come SLA, pazienti oncologici terminali, demenze, “le cure palliative hanno lo scopo di lenire – ha ricordato Cavina - una vasta gamma di sintomi, di sofferenze di ordine fisico, psichico, mentale e richiedono perciò l’intervento di equipe di specialisti con competenza medica, psicologica e religiosa, tra loro affiatati per sostenere il paziente nella fase critica.

La vera compassione, per usare un’espressione di San Giovanni Paolo II, da una parte ‘promuove ogni ragionevole sforzo per favorire la guarigione del paziente’, ma ‘dall’altra aiuta a fermarsi quando nessuna azione risulta ormai utile a tale fine’. La necessità delle cure palliative è evidente soprattutto nella fase terminale della malattia, in cui non è più possibile praticare terapie proporzionate ed efficaci, mentre si impone l’obbligo di evitare ogni forma di ostinazione o accanimento terapeutico. L’intuizione delle cure palliative – ha concluso monsignor Cavina - di riportare al centro l’uomo e il suo bisogno di essere amorevolmente accompagnato nella fatica del cammino della vita, può essere uno sprone educativo per tanti campi della medicina moderna in modo che accanto a tecnologie e cure innovative ci possa essere il forte sostegno del rapporto di cura. Mentre chi ha responsabilità politiche è chiamato a rivolgere lo sguardo alle realtà più virtuose dove le cure palliative sono messe in atto e favorirle dove sono carenti piuttosto che rincorrere facili scorciatoie legislative frutto di condizionamenti ideologici”.

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